La tradizione orale

Il senso del Progetto Storie da Codighiu

Sappiamo che da sempre l’uomo ha tramandato le proprie origini, la propria storia e i propri miti attraverso il racconto.
Il progetto Storie da Codighiusi prefigge di salvaguardare, conservare e rendere fruibile per il futuro un frammento di epos contadino, tramandato oralmente per generazioni nella borgata Ghio.
L’ Associazione intende inoltre riconoscere, con il progetto Storie da Codighiu, l’impegno di Anna (Nina) Rovera che, pur anziana, ha voluto fissare queste Storie, senza ometterne alcun particolare, raccontandole ancora una volta, a una persona adulta, a un nastro magnetico.

Le caratteristiche delle storie

I testimoni

Anna Rovera, nata a Dronero nel 27/02/1909. Anna era una bambina molto intelligente, tanto che suo padrino, che si era stabilito a… Read More I testimoni

La veglia

“La cucina e, nelle zone a clima più rigido la stalla, era anche il vano più caldo e ospitale in cui durante i mesi freddi la famiglia si raccoglieva la sera: è la veglia una pratica antica già attestata da Virgilio nelle Georgiche (I, 291-304).

Le donne filano, lavorano da maglia, rammendano e gli uomini riparano o costruiscono attrezzi e suppellettili oppure giocano a carte. La veglia prevede spesso lo scambio di visite tra più famiglie – un uso che può essere ritualizzato come nel caso delle brigate che in Piemonte andavano a” cantar Martina” davanti alle stalle scambiandosi più strofe a rimando con gli occupanti, prima di essere ricevute – ed ha funzioni importanti: permette la comunicazione di informazioni e di notizie di attualità sul lavoro, sul paese, la circolazione più ampia di idee col contributo di chi ha letto viaggiato o torna dall’ emigrazione o dalla città, la recita collettiva di preghiere e infine l’incontro tra i giovani con la formazione di nuove coppie, un incontro che nei secoli scorsi la chiesa non vive di buon’occhio fino alla condanna delle veglie stesse.

Essa costituisce inoltre un importante contesto per la fruizione e per la trasmissione ai ragazzi e ai bambini del patrimonio della letteratura orale e del canto, delle norme e delle credenze, ad opera di membri della famiglia o di narratori ad opera di membri della famiglia o di narratori del luogo particolarmente versati.

Si commentava e si sanzionava con proverbi e blasoni popolari , si rievocavano le gesta cavalleresche, si raccontavano fiabe; tra le fiabe di  magia più diffuse in Italia quelle del ciclo di Cenerentola, della Moglie alla ricerca del marito perduto, dell’Eroe ammazzadraghi e conquistatore della principessa, della fidanzata sostituita.

La veglia era una delle occasioni in cui si evocava il mondo emozionante e variegato dell’immaginario: figure minacciose e incombenti di streghe e stregoni, grotte, tesori e paesi fatati, ponti e impronte del diavolo, la notturna processione di morti e il turbinoso corteo della nordica caccia selvaggia, le anguane, spiriti femminili delle acque e dei monti, talora bellissime, del Veneto, del Friuli e del Trentino … La grande famiglia dei folletti italiani vede prevalere quelli scherzosi o benigni su quelli maligni, o legati al mondo infernale per effetto della plurisecolare predica­ zione della chiesa; non di rado impertinenti e dispettosi, come quando annodano o intrecciano i crini della coda o della criniera degli animali, essi volentieri proteggono e colmano di regali bambini, fanciulle, giovani, e conoscono il nascondiglio dei tesori, che possono rivelare a chi riuscisse a impadronirsi del loro berretto rosso, secondo una credenza che risale alla Roma antica. E nel territorio alpi­no e appenninico si narra dell’Uomo selvatico o dei bo­schi, figura ben nota nella tradizione letteraria popolare e colta e nell’iconografia, in tutta Europa; egli è talora un eroe culturale che ha trasmesso agli uomini varie tecnolo­gie, in particolare la lavorazione del latte, ricevendone in cambio derisione o dispetti, talora ha insegnato detti e proverbi; non di rado assimilato all’orso, fa anche la sua apparizione in varie maschere carnevalesche. L’orso è pure immaginato come l’autore della predizione sull’andamento dell’anno agrario che egli effettua il 2 febbraio di ogni anno osservando la fase lunare. A veglia infine si cantava, come in occasione di molte cerimonie di attività lavorative domestiche; ci si indirizzavano stornelli, si eseguivano le canzoni narrative dalle storie d’amore e di morte per lo più truci e drammatiche (tra le più conosciute quelle de La pesca dell’anello, Donna Lombarda, La ragazza guerriera, Cecilia, Fior di tomba, già riportate nel classico repertorio ottocentesco raccolto per il Piemonte da Costantino Nigra); si eseguivano anche canti religiosi come le diffuse passioni o ancora canti enumerativi e interativi, atti a trasmettere ai più giovani a volte in forma scherzosa, liste e classificazioni utili quali giorni della settimana o figure e concetti della storia sacra e del catechismo.

Streghe e stregoni ed esseri consimili non sono solo figure della narrazione e dell’immaginario, ma sono percepite come presenze reali nella comunità e talora nella famiglia.
Sono identificate non di rado con donne anziane, sole, forse atipiche o marginali, può trattarsi della suocera o di una vicina. Se ne temono l’invidia, le minacce, e sono considerate un pericolo vero per gli infanti e i bambini (il cui sangue tentano di succhiare, si crede nelle comunità arbereshe di Calabria), gli animali (intrecciano anch’esse le criniere cavalli e tolgono il latte alle mucche), il latte stesso (che fanno cagliare), i raccolti, quasi un attentato alla fertilità. Sono ritenute capaci di trasformarsi in animali, cavalli e giumente, pecore, agnelli, gatti, ma anche mosche e di spostarsi in volo nell’aria e se qualcuno le colpisce per difesa mentre sono trasformate, la ferita o la botta compariranno sulla persona. In Piemonte streghe e stregoni sono chiamati masche e masconi e si narra che se un cespuglio-masca sbarra la strada a qualcuno e viene colpito è tagliato con un falcetto, da strega recherà un taglio su un arto. Le masche sono anche burlone o si limitano a rendere difficile il cammino notte ma il più delle volte sono tenute come assai nocive si tenta di nonno tarme la suscettibilità e si tengono lontani i bambini dalla loro presenza dal loro sguardo dalla loro attenzione e parola”.

Gian Luigi Bravo, Italiani, Meltemi 2001