TONI FOL

Testimone: Anna Rovera nata a Dronero il 27/02/1909, morta a Bra nel maggio del 2002
Intervistatrice: Elena Rovera
Luogo e data della registrazione: Bra, 3 aprile 1996

C’era una volta una donna che aveva un figlio, e quel figlio era un po’, un po’ scemo, un po’fol, come si dice, un po’ fol, e lei era vedova, e poi era già venuta secchia, e aveva solo più quel figlio. E una volta gli ha detto: “Toni, vai al mulino, va’, siamo senza farina e digli così’ de ni minu e ne lassi n’cup’ ricordati, neh?” “Sì,sì.”

Allora è partito con ni mina di grano, di grane o di segale, andato. Solo che andando giù era scemo e diceva: “De ni mino n’cup, de ni mino n’cup” , tanto per ricordarsi. E’ passato là in un campo, c’era il contadino che seminava e lui si è fermato un pochino a guardare, diceva: “de ni mino n’cup”. L’altro gli ha dato un po’ a mente: “Ma cosa dici tu? Che ne semino una mina e ne ricavo un cup? Ma dì:

Da meno mio cara” “Ah, ca meno mio carà, ca meno mio carà”: e allora invece di dire: “De ni mino n’cup”, diceva :” Ca meno mio carà.”

E si è incontrato in un funerale e lui poverino si e fermato un pochino a guardare: “Ca meno mio carà, ca meno mio carà”. E quei parenti del morto: “Ma cosa dici tu? Ca meno mio carà? Ma di’: ‘Ca na moru mai pi niun'” “Ah, sì, ca na moru mai pi niun, ca na moru mai pi niun”, e camminava, ogni tanto: “Ca na moru mai pi niun.”

E là c’era uno che uccideva un crino, era una crina, una femmina e quella là gridava, non voleva morire perché, a vedere come la uccidevano e come vedeva di quelle cosette lì guardava: “Ca na moru mai pi niun”, e questi qui che uccidevano quella bestia: “Beh, cosa dici tu? Ca na moru mai pi niun? Ma di’: ‘Va’, ca l’è mac na crina.” “Sì, sì, allora, va’ ca l’è mac na crina, va’ ca l’è mac na crina.”

E ogni tanto diceva questa parola: “Va’ ca l’è mac na crina.”

Si è incontrato in uno sposalizio , varda la sposa e si è fermato, poi diceva:

“Va’ ca lè mac na crina.” Oh, lo sposo ha, sentito dire quelle parola, gli ha detto: “Ma cosa dici tu? Cosa dici? Di’ ‘Ca feisu tute parie.’  ” Oh, sì, sì, ca feisu tute parie, ca feisu tute parie.” S continuava a andare: “Ca feisu tute parie.”

E allora s’è, una casa che aveva preso fuoco, bruciava e lui la guardava e diceva:

” Ca feisu tute parie”, e quelli che volevano spegnere il fuoco, à dì: “ Ma cosa dici tu? ‘Ca feisu tute parie’?, ma di’ : ‘Che Diu destise'”. “Ah, sì, sì, che diu destise” (vuol dire che piovesse) “Che Diu destiese”. E camminava , non era ancora al mulino: “Ca Diu destise,” E là c’era , nel prato, c’era uno che faceva il fieno, faceva il fieno e quello era uno di quegli anni come quest’anno che piove sempre, e asciugava, faceva di tutto per asciugare il fieno e lui: “Ca Diu destise.”

“E ma che cosa dici tu? Ma è già una settimana che io sto dietro a questo fieno, e tu dici ancora ‘Ca Diu destise’ ” ( non so più come ha detto ‘Ca Diu destise’) Allora “Ti non dire quelle cose lì’ di’ ‘Ah, Fol o foc e fiamme'” “Ah, fol o foc e fiamme’. Allora camminava e diceva:”Fol, foc e fiamme”.Eh, è venuto che ne ha incontrato uno che era stitico, non poteva fare la cacca e spingeva, ha detto, l’altro era fol, lo guardava: “Fol, foc e fiamme.” L’altro gli ha dato due scapaccioni. “Ma che co­sa dici tu? Ma di’ ‘Fora un fora l’aut.”

“Ah, un fora l’aut, fora un fora l’aut.”

Eh, è arrivato al mulino, dice : “Fora un fora l’aut”, non sapeva più quello della, mamma, allora diceva: “Fora un fora l’aut”. E il mulinié aveva già perso un occhio,ne aveva solo più uno, e ie die: “Fora un fora l’aut”, quello fa:” Ma questo qui è proprio scemo, io ho già perso un occhio, ma che cosa dici tu, che cosa vieni a dire, ma non vedi che ho solo più un occhio cosa dici ‘Fora un fora l’aut?”

Allora gli ha dato delle scop, poi l’ha mandato via, al diavolo.

E io non so se aveva ancora il grano o se non lo aveva più, e se n’è tornato a casa, se n’è tornato a casa, e la mamma gli ha detto. “Oh, ma non ho più, io non ho più saputo a dire quello che tu mi hai detto, perché ne ho incontrati tanti, che mi han picchiato” ha detto “Oh, sua mamma ha detto, oh, sei proprie un Toni fol, sei proprio un Toni fol.”

E poi è passato qualche giorno e la mamma aveva filato un po’ di filo, una vol­ta filavano sempre, poi il filo chi faceva le tesi, chi lo portava a vendere, la mamma aveva filato un po’ di filo e gli ha detto: “Toni, vieni, te’, io ho filato un po’ di filo, portalo a vendere, ma non lasciarti poi ingannare, non darlo a quelli che parlano tanto, e con i soldi mi compri degli aghi, ho bisogno di cucire, non ho più un ago, niente.” “Sì, sì, mamma”. Quella gli ha detto : “Non lasciarti ingannare da, quei che parlano tanto”, e Toni è andato al mercato, e la gente vede­va che aveva i fili, diceva: “Vuoi vendere il filo?” “No, a te lu vendu nen, perché tu parle trop”, eh, hai capito”Perché tu parle trop”. A un altro che chiamava: “Vuoi vendere il filo?” “Ho, no, tu parle trop”. Solo che il mercato si è finito e Toni il filo l’aveva ancora, aveva ancora il filo. Allora ha detto: “Adesso vado a casa”, perché parlavano tutti troppo.

E andava a casa, è passato da un pilone, un pilone che lì c’era un’immagine o cosa che faceva vedere tre dita così, faceva vedere tre dita, e lì si è fermato a guardare, e l’altro diceva niente perché era di gesso. “E vuoi comprare il filo tu? A te te lo vendo perché non parli”, il pilone, e Toni lo guardava, gli ha chiesto due o tre volte, quello diceva niente. “A te te lo vendo, a te te lo vendo”, e vedeva che aveva tre  dita, allora ha pensato che quello lì voleva dare tre soldi.

A’ dì: “Allora dammi i soldi” , e l’altro diceva niente,  e lui con una pietra  ha spaccato quella bussolina che l’altro teneva quelle tre dita, e dentro c’era i soldi, allora se li è presi, si è preso i soldi, e poi andava a casa, andava a casa contento, Mentre è passato lì da uno stagno, come diciamo noi, dove c’è dell’acqua che le rane fanno ‘qua, qua’, allora ha sentito fare ‘qua, qua’. Allora ha guardato e ha detto: “No, non ce n’è quattro, ce n’è solo tre, quattro”, le rane sì che ‘qua, qua’ “Ah – dice- se non vuoi capire, te’ conta, contali, contali tu, contateli”, e li ha gettati in quell’acqua quei soldi , li ha gettati in quell’acqua. Poi ha aspettato, ha ancora aspettato un po’, ha ancora chiamato i soldi, ma la rana. E ben, allora è andato a casa, è arrivato a casa, la mamma dice: “Ben, Toni, hai venduto il filo? ” Ha detto: “Sì.” “Hai comprato gli aghi9” “E no” à dì. “E ma allora cosa ne hai fatto dei soldi?” “Ma i soldi, son passato lì a venire a casa e c’era qualcuno che diceva ‘qua, qua’, io gli ho detto: ‘Ne ho solo tre, non ne ho quattro’, ma quello non voleva capire, allora io gli ho gettato, ho dì: ‘Te’, gli ho gettato negli occhi ‘Contali’ e quello non me l’ha più ridati, i soldi li ha presi, ma.”

“Ah, la mamma ha detto, ma Toni fol d’en Toni fol, tu sei proprio un Toni fol, ah ah ah, eh, adesso io del grano non ne abbiamo più, il filo l’ho filato, l’hai portato a vendere, ma non hai preso i soldi, di aghi non ne ho più, ma ho, detto: ‘Cosa volete fare? Qui è un Toni fol'”

Allora la mamma un po’ che era vecchia, un po’ come si fa ogni tanto si diventa un po’malati, allora la mamma si è raffreddata, si è raffreddata e un mattino gli ha detto: “Toni’, ha detto: “Sì”, ha detto: “Non sto bene”, e “Allora come facciamo?” “Allora facciamo niente, ma io mi sento freddo e fammi scaldare un pochino d’acqua da bere.” Cosi, e Toni fol ne ha fatto bollire una pentola d’acqua, poi l’ha portata l’acqua che bolliva , ha detto: “Te’ mamma”. Eh , la mamma ha visto quello, ha detto : “Portala solo indietro, va, io non ho mica più sete.” “Ah, tu prima mi fai scaldare l’acqua, poi non vuoi più bere?” e gliel’ha rovesciata tutta, gliel’ha rovesciata sopra, e così sua mamma è morta, e Toni fol è stato solo, Toni fol è stato solo, e i vicini, qualcuno che era là, l’hanno denunciato e l’han portato nel ricovero, oh, già, che Toni fol è finito nel ricovero, perché non sapeva far niente, faceva tutto sbagliato. Hai visto Toni fol?

Intervistatrice: Allora senti: quella frase è “Che diu destise’

Testimone: Che diu destise.

Intervistatrice: Che, che Dio , non che il Signore destisa, spenga, no che

Testimone: E che Diu destise, che Dio manda la pioggia, vuol dire, che Diu destise.

Intervistatrice: Ah, non che diu de delle stise, non che diano delle gocce,  che Dio spenga.

Testimone: E vuol dire che venga la pioggia e così spegne quel fuoco.

Intervistatrice: Ah, quindi Diu sta proprio per Dio.

Testimone: Sì; sì, che Diu destise.

Intervistatrice: Che Diu destise, spenga, che Dio spenga,

Testimone: Spenga, spenga.

Intervistatrice: Però se io la metto in un altre modo vuol dire : che diu, che diano de stise, che . diano delle gocce.

Testimone: Che il Signore dia delle gocce, che diu destise.

Intervistatrice: Perché, aspetta, se io dico : “Che Piu destise”, vuol dire  “che Pio spenga il fuoco”, ma poi , quando lui è passato mtfe nel prato, che quello là faceva  il fieno, lui ha detto: che diu de stise e quello là ha capito ‘ che vengano giù delle gocce”, non ha capito ” che Pio spenga il fuoco”, ha capito “che vengano giù delle gocce”.

Testimone: E prima come avevo detto?

Intervistatrice: No, no, hai detto ‘che diu destise’

Testimone: . Ma prima di quella frase che cosa diceva?

Intervistatrice: Prima di quella lì, oh, allora, neh, e quando c’era il fuoco, la casa col fuoco.

Testimone: Che bruciava.

Intervistatrice: Eh.

Testimone: Allora diceva già “che diu de stise”.

Intervistatrice: Ecco.

Testimone: Invece quello là ha detto: “Ma cosa dici ‘che diu de stise’, è una settimana che io ho questo fieno.

Intervistatrice: Ma perché la frase, perché le parole ‘che diu de stise’ può avere due significati per quello: uno è ‘che Diu destise’ ‘che Dio spenga il fuoco’, l’altra è, se io dico ‘che diu de stise’ ‘che diano delle gocce’, quello ha capito così, quello del fieno.

Testimone:. Non lo so.

Intervistatrice: E sì perché quello del fieno si è arrabbiato se cadevano le gocce, non v’entrava niente Dio che spegneva no?

Testimone: Eh , no, vuol dire che quello non avesse più piovuto.

Intervistatrice: Hai parlato del filo, no? Hai raccontato che qualcuno faceva delle tesi, cosa vuol di, cosa sono le tesi, hai detto quando filava, no?

Testimone: Quando, oh, filavamo sempre.

Intervistatrice: Eh, racconta come facevate a filare.

Testimone: Ah, non sei capace. Ma a filare, in genere, così compravano lu ciàrbu, ma lo seminavamo anche nel campo, lo seminavamo, l’ho seminato anch’io, neh.

Intervistatrice: Lu ciàrbu che l’ei?

Testimone: E’ la canapa.

Intervistatrice: La canapa, va bene, e poi?

Testimone: La seminavamo nel campo.

Intervistatrice: E dove la seminavate?

Testimone: Io l’avevo seminata là alla Barra.

Intervistatrice: Alla Barra, ho capito.

Testimone: E allora venivano delle canne alte.

Intervistatrice: Quando la seminavate?

Testimone: In primavera, perché?

Intervistatrice: In primavera, e poi veniva?

Testimone: Venivano delle canne come fosse li urtije, quelle urtije che vengono alti, sai, ecco, così venivano alti come le urtije, e facevano anche delle, e poi quando era maturo.

Intervistatrice: A che mese?

Testimone: Eh, veniva maturo, io non so più tanto, quando era maturo andavamo a toglierlo.

Intervistatrice: Ma d’estate o d’autunno?

Testimone: No, verso l’autunno, seminavamo tutto in primavera, so pà, verso l’autunno, quando era maturo, lo prendevamo e facevamo dei fascetti.

Intervistatrice: E lo tagliavate col messuirìn?

Testimone: No, no, lo prendevamo.

Intervistatrice: Ah, si strappava?

Testimone: Eh, e veniva

Intervistatrice: Anche la radice veniva?

Testimone: Eh, e veniva, facevamo dei, delle fascettine, delle fascette, le legavamo e le portavamo, come dirti,

Intervistatrice: Dillo, dillo, di Co’ de Ghiù, parla di Co’ de Ghiu.

Testimone: E faceva, c’era un nàis

Intervistatrice: Nais?

Testimone: Come fosse un buco grosso nella terra e poi lo empinivamo d’acqua.

Intervistatrice: Un buco grosso nella terra si chiama nàis?

Testimone: Disin in nàis. Eh, e l’avevano quasi tutti quel buco, ma io l’avevo portato in quello di mio nonno.

Intervistatrice: E dov’era?

Testimone: Lì al Baciasèt, al Baciasèt, lì, nel suo prato, del nonno, e lo mettevamo lì in quel nàis, tutto ben ………, e poi gli mettevamo una pietra sopra perché che l’acqua, poi mettevamo l’acqua, lì c’era, passava l’acqua del Baciàs e lì sopra facevamo un bel nàis, beh, quando era pieno, che vedevamo che tutte quelle cose erano coperte d’acqua, è per quello che mettevamo una pietra pertanto che stavano basse, e adesso non so più quanto lo lasciavamo          , sapevamo tutto, ad ogni modo si lasciava lì per modo di dire quindici o venti giorni, perché, non mi ricordo più “bene adesso, e poi si andava a vedere se erano naissate abasta, lì ne prendevamo una, prendevamo una, poi si sfilava, si sfilava, si sfilava bene, ah de naissà, naissà, lo prendevamo e lo mettevamo ad asciugare al sole, lo giravamo, perché era legato con le fascette, che si asciugasse bene, quando era ben asciugato, si prendeva e si metteva.

Intervistatrice: Dove lo mettevate a asciugare?

Testimone: Al sole.

Intervistatrice: Ma appeso?

Testimone: No appeso, no, magari diritto, sai c’è tutti gli alberi là, eh, tutto là intorno all’albero, come lo pigli lì che si asciugava, quando era asciugato, si portava a casa, si portava a casa e poi, al momento o che pioveva o che si sfilava, si sfilava, quello si sfilava bene perché, ma anche le urtije si sfilano, lo so perché provavamo, si sfilava e si faceva di nuovo delle fasce, delle fascette, perché altrimenti quello si legava di nuovo e poi lo portavamo battere al mulino, il mulino aveva una grossa pietra, io non posso dire se una volta avessero macinato il grano con quella perché, aveva una grossa pietra, lo sai le pietre del mulino come sono, e gli passava tante, tante volte sopra e diventava morbida, sai, diventava morbida, allora poi.

Intervistatrice: Non si strappava?

Testimone: No, non si strappava, diventava molle, e noi lo disfacevamo, disin a destiàr,  a destiàr lu ciarbu.

Testimone: Eh, destiàr lu ciarbu, si faceva, si prendeva così, così restava quel tronchetto di in metà, si gettava quella paglia, sembrava una paglia, quella si gettava, e quando era destiata, si faceva, come fare una cosa di lana, sai.

Intervistatrice: Un gomitolo?

Testimone: No, no, non come un gomitolo, no, ma quando è lungo così.

Intervistatrice: Una matassa.

Testimone: Una matassa, grosso modo perché, e allora poi mettevamo a brustiar, a brustiar, a brustiar lu ciarbu, si passava su quella pettinetta, sulla brustie, a brustiar, e quello che stava nella brustia attaccata, sai, faceva, dicevamo lu cuciun, e l’altra che stava bella lunga dicevamo la rista, quella la rista era la bella, la rista e l’altra stava lu cuciun.

 Intervistatrice: La brùstio com’era , grande come, com’era la brùstio?

Testimone: Ah, tu non lo sai?

Intervistatrice: No

Testimone: Era un pettine grande così, per modo di dire, poi si attaccava al balcone, noi lassù a Co’ di Ghiu dove c’è il Porti brusà, adesso è il portico bruciato, e c’era il porti e subito lì al fondo c’era, dice che i nostri mettevano del formaggio, c’era una cantina e lì c’era come una ringhiera, come fosse di legno, perché attaccavano sempre le brùstie là, e poi quella brùstia, quella più bella, era di rista, di rista, quella si infilava bene, poi faceva anche del bel filo, e lu cuciùn si filava anche perché, ma non era tanto bella, allora loro, qualcuno, quella fatta, non so, la più bella, faceva rista con rista , dicevano, rista per lungo e rista per traverso, e portavano fare a Paglieres.

Intervistarice: Ah, non lo facevate voi?

Testimone: No, la tela no, non sono mai stati capaci dalle nostre parti, la tela la portavamo a fare a Paglieres.

Intervistatrice: E là avevano dei telai apposta?

Testimone: Eh, a Paglieri avevano i telai.

Intervistarice: E come mai voi non imparavate?

Testimone: Noi, la nostra gente non erano capaci, forse venivano a vendere le acciughe, e là gli uomini forse stavano a casa, so che li portavano là

Intervistarice: Ma in che borgata di Paglieres?

Testimone: Ah, ma facevano tutti a Paglieres, però loro sapevano già, dicevano: “Quello lì la fa più bella o l’altro non la fa tanto bella”, dicevano così, a ogni modo io e Maria de Pritulìn, Marietta, abbiamo fatto un anno, ero poi già sposata, ma un anno si è perso di fare il diavolo quello lì, eh, ma Marietta non l’aveva seminato, Marietta l’aveva comprato, invece io l’avevo seminato alla Barra, perché io sapevo quello lì, avevo fatto tutto quel lavoro lì, ho messa a naiseare, e invece io e Marietta, insomma, prima siamo andati ancora a batterlo ancora al mulino, quand’era destiata, sfilata, l’abbiamo portato al mulino a battere e poi il mulino gli passava quella pietra, sai il mulino girava e lì c’era due pietre lì in metà. E lì facevano anche lu vìn de pum.

Ah, ma facevano tutti a Paglieri, però loro sapevano già, dicevano: “Quello lì la fa più bella o 1′ altro non la fa tanto bella”, dicevano così, ad ogni modo io e Maria de Pritulin, Marietta, abbiamo fatto un anno, ero poi già sposata, ma e un anno si è perso di fare il diavolo quello lì, eh, ma Marietta non l’aveva seminato, Marietta l’aveva comprato, invece io l’avevo seminato alla Barra, perché io sapevo quello lì, avevo fatto tutto quel lavoro lì, ho messa a naiseare, e invece io e Marietta, insomma, prima siamo andati ancora a batterlo ancora al mulino, quand’era destiate, sfilata, l’abbiamo portato al mulino a battere e poi il mulino gli passava quella pietra, sai il mulino girava e lì c’era due pietre lì in metà. E lì facevano anche lu vin de pum perché facevano il vino, quelli che ne avevano

Intervistarice: Lo facevano lì da voi?

Testimone: Ma no, noi non ne avevamo mica, noi no, noi avevamo da fare, poi

Intervistarice: Lì voi in che mulino siete andati?

Testimone: Noi andavano al mulino

Intervistarice: Ma lì dove, alla Ruà?

Testimone: Eh.

Intervistarice: E da dov’è che gli portavano a fare il vino di mele?

Testimone: E quelli della …… , quelli del Valùn, perché loro avevano tante, tanta frutta, invece noi a Co’ di Ghiu.

Intervistarice: E come lo chiamavano quel vino lì?

Testimone: beh, era buono, non era cattivo, e noi delle volte compravamo quel vino di pum, nell’autunno, quando facevano il vino, ma io mi ricordo che non era tanto buono, lì magari cumfurma mettevano la roba, e magari lì a batterli, a macinare portavano quelle un po’ di scarto, non so ma così stava un po’ bruschetto, poi io mi ricordo che la mamma alla volte comprava un paio di …. de vin de pum; e poi la mamma ce ne dava, sai, ma non è che a noi piaceva tanto, si facevano quelle cose lì.

Intervistarice: E poi le lenzuola, li pagavate quelli di Paglieri che vi facevano le lenzuola?

Testimone: Oh, certo.

Intervistarice: E le facevano grandi quanto? Delle tele?

Testimone: Loro facevano delle tele larghe così.

Intervistarice: Per fare un lenzuolo quante ce ne andavano?

Testimone: Per fare un lenzuolo mettevamo tre, ma erano tutti lenzuoli piccoli i miei, ma io ne ho ancora due, ho ancora quei due ultimi, li avevo seminati io.

Intervistarice: Li hai ancora quelli che hai seminato tu?

Testimone: Quelli che ho seminato ne ho ancora due, già che quelli sono stati gli ultimi, oh. delle volte Maria de Pritulin, così quando si trovavamo, diceva: “Nina, hai ancora i lenzuoli?” ” Eh, ne ho ancora. “Avevamo portato a fare due lenzuoli per uno, io e Marietta siamo andate a Paglieres a portar a far due lenzuola.

Intervistarice: Invece tua mamma ne portava sempre? Voi la mettevate sempre la canapa?

Testimone: Eh, ma poi più di tutti che la faceva, la faceva magna Talina e la faceva mia suocera.

Intervistarice: Come mai?

Testimone: E come mai , perché sì che so, loro, invece mia mamma era giovane a differenza di loro, io non so se mia mamma non poteva tanto, io non so, o ma Talina e mia suocera era sempre lassù che brustiava, brustiar, oh, Maina, oh, Mai, oh, si faceva quell’affare lì, brustiava, poi si portava, dava anche del lavoro, neh? Poi dovevamo disfilare, quando era disfilato, lo portavamo a battere perché diventasse più morbido, e poi lo sfilavamo, e poi brustiava.

Intervistarice: Ma eh, lo filavate anche col fuso, con la ruca o no?

Testimone: Sì, quasi tutti filavano così, sì, sì.

Intervistarice: Era difficile filare col fuso, con la ruca?

Testimone: Mamma mia, così quelli che filavano sempre, avevano quei due diti lì, dicevano: “Oh, i mié cuma sun”, mettevano, diventavano pallidi, forse e poi dopo bisognava anche sempre bagnare, eh, perché uno filava anche più bene e qualcuno non tanto.

Intervistarice: Cosa voleva dire filare bene?

Testimone: Facevano il filo sottile e tutto eguale, allora la tela stava bene, perché se non facevi il filo uguale, c’era qua, magna Talina e mia suocera, eh, c’era mia cognata, la mamma di Censu, quaranta lenzuoli nella guardaroba, quaranta, quaranta lenzuoli, filavamo tutto l’inverno.

Intervistatrice: E tu ne avevi delle lenzuola quando ti sei sposata?

Testimone: Ma io ne ho ancora di quelle che mi ha dato mia mamma.

Intervistarice: Eh, quanto ti ha dato di corredo? Cosa si dava una volta?

Testimone: Eh, ci davano, qualcuno, ci davano solo due lenzuola, invece poi ne davano quattro, perché dicevano, sai per cambiare, per cambiare il letto quattro, e allora magari quelli che avessero potuto ne davano sei.

Intervistarice: E tu quante ne avevi?

Testimone: Ma io ne avevo sei, sei lenzuola.

Intervistarice: E poi avevi anche degli asciugamani o no?

Testimone: Sì, degli asciugamani, ma tutti di tela.

Intervistarice: Ma te l’eri preparato tu il corredo?

Testimone: Eh, già, le ragazze si preparavano un po’ di corredo, d’inverno dovevano, quando io ero giovane, così mia cugina, una sorella di Giacu, Giacu de Vittorio, si era fatta un bel corredo, ma invece mia madrina, era la figlia di mia madrina, mia madrina era già anziana, era sempre a casa e poi aveva anche quei due figli lì, ma una non era tanto ambiziosa, sai, allora vedi, invece Anìn si facevano dei pizzi, sai, con l’uncinetto, poi si facevano le camicie, ma di tela, si mettevano quei pizzi piccoli che si erano fatti alla camicia, si facevano tutto quel corredo e poi, oh, lavorano quella gente, non stavano mai sai a far niente, all’estate, mentre che si poteva, fino a che veniva la neve, sempre fuori, perché a lavorare nei campi, nell’autunno si doveva preparare anche le foglie per le bestie, perché fare il letto alle bestie, prendere il giàss dicevamo, poi dovevamo prepararsi anche per il bosco per noi da bruciare, perché quando c’è neve, fuori non si va più, e poi si ritiravano nelle stalle e quelle mamme gli compravano un po’ di cotone, si facevano delle calze le ragazze, eh, già e le calze se le facevano solo lunghe fino lì fino al ginocchio e poi.

Intervistarice: Di che colore le facevano?

Testimone: Le facevano nere, nere: e poi c’era quella mia cugina se n’era fatte di quelle nere con una riga rossa, ah, crispa, e io ero ancora piccola., con una riga rossa, oh, io dicevo. Io dicevo a mia, mamma: ‘Oh, vedessi Anìn, Anìn de Mirìno, si è fatta proprio delle calze”, mia mamma diceva: “Beh, quando sei poi capace te ne fai poi anche te, io mi piaceva da, matti. Oh, si lavorava, facevano lavorare quelle ragazze.

Intervistarice: Ma nella stalla non era buio per lavorare?

Testimone: Ma con, con un lumino, con quel piccolo lume, sai, e ce lo volevano ancora fare piccolo eh, fai torcio, eh, lo lume fai torcio, eh, tu non puoi comprare il petrolio, sai il petrolio è caro, abbassalo.” Allora facevano abbassare il lume.

Intervistarice: Che cosa vuol dire che “lu lum fai torcia”?

Testimone: “Lu lum fai torcio”, sai, quando si alza un po’ di più e faceva quella punta alta, far torcio. Eh, mia suocera, mia suocera me lo diceva, ha detto: “Ah, noi – ha dette mia nonna, la mia nonna, la mia nonna diceva che lei non poteva dormire tutta la notte, aveva anche sempre da fare, eh, aveva i figli, eh, dormiva un’ora, due ore, poi si alzava, si alzava, andava, faceva i lavori di casa, e poi i figli erano già venuti alti, ma dicevano: “Ma crispa, nonna”, e tardoccava tutta la notte e anche il nonno dice che diceva: “Oh, mi povr’om, ma chelo fumno lì m’aiso pà durmir, m’aisa nen durmir la nuec, ah, chelo Ruccètto isì cume i fai “. E allora loro han detto: “Aspetta a noi, perché, togliamole il lume, se non trova il lume, allo scuro, cosa, fa?”. E allora sai cos’ha fatto mia nonna? nonna, che una volta si andava, non si chiudevano mica le stalle, è andata nella stalla di mia suocera, perché lei stava vicina, sai, sai come fanno lassù, allora mia nonna si è alzata, è andata nella stalla di Iòt, si chiamava Iòt, nella stalla di Iòt, ha preso il lume e se l’è portato a casa, eh, già, se l’è portato a sua casa, ha fatto il burro, aveva da fare il burro, ha fatto il burro, ha fatto quello che doveva fare, e poi al mattino quelli di Iòt si sono alzati e dì chi i an dì: “Oh, cribbio, e dice, ma questa notte a nostra casa son venuti i ladri.” E gli altri dicevano: “Sì, sì, son venuti i ladri, han portato via il lume” sai il lume l’aveva la nonna, “si è portato via il lume”. Beh, mentre diceva, mentre noi, ah, abbiam solo visto venire Ànin, Anìn di Stìn, c’era nonna,   arrivare Anìn di Stìn con un lume ben pien de petroliu. “Tenè, ma perché la mio gent i m’àn stermà lu lume, i m’à stermà lu lume, mi aì da far lu bur e alura siu venguo a pijàr lu vost”.

Diceva: “Ah, quella buona donna ci ha portato il lume ben pieno di petrolio”, e allora era una cosa, dicevano anche a noi che eravamo, e diceva: “Oh, tua nonna era brava, gli ha portato il lume pieno di petrolio.” E nonna à dì che diceva ai ragazzi: “Se voialtri venite” , faceva la luna chiara, “se venite a portarmi di lì Co’ di Ghiu, ” dalla ringhiera lassù, noi   abbiamo ancora tanti campi di là, , abbiamo la Rucetto, la Ruero, la Lans, e allora à dì: “Se venite a portarmi un po’ di letame, e io vi faccio la pappo.”

Intervistarice: Che l’ei la pappo?

Testimone: La pappo è la paciarina di grano, ma, oh, me lo diceva Angelina e tutta la gente, diceva : “Ma tua nonna faceva buona”, e mia mamma diceva: “Eh, già che nonna la faceva buona, perché nonna prendeva la panna del latte, del latte che aveva munto le mucche la sera, lì , c’era la panna e tutto, e gli faceva la pappa a quei ragazzi che andavano, e allora andavano a portare due, due gire; eh, i ragazzi dice che andavano, dice che, oh, volevano tutti andare da Anin di Stin a portare.

Intervistarice: Come si fa a far la pappa?

Testimone: Si fa la paciarina di grano.

Intervistarice: Di farina.

Testimone: Come fare la semola, sai come fai a fare la semola?

Intervistarice: Col latte?

Testimone: Col latte, e loro dicevano, Angelina me lo diceva sempre, Angelina, nostra nonna era la sua, era la sorella di suo papà, diceva: ” Oh, ma tua nonna, buona la pappa come tua nonna!”.

Intervistarice: E quanto si fa cuocere?

Testimone: Eh, si fa cuocere poco, si fa cuocere poco.

Intervistarice: Ma proprio farina, farina di grano?

Testimone: Farina di grano col latte, nel paiolo, perché loro dovevano fare.
Barba Culìn de Duiani, andavano a scuola, e nonna faceva sempre la pappa che gli piaceva, dice che una volta era già stufo di quella pappa , “Son arrivato a casa- diceva barba Culìn – son arrivato a casa e nonna di nuovo la pappa.”, à dì “Vieni a mangiar Culìn, oh, che buona pappa che ai fa “, allora ha detto: “Io era già stufo di quella pappa, allora prendevo la pappa e la sbattevo nel muro”, sai come fai quello che fa il bianco, ahh, ma facevano delle cose, e barba Culìn lo diceva sempre.

Intervistarice: Era suo marito?

Testimone: No, no, suo figlio. Eh, ogni tanto, quando parlavano ridevano, erano, lassù erano tutti parenti.

Intervistarice: Ma quando facevan da mangiare, ad esempio, si faceva la pappa , poi non faceva più nient’altro?

Testimone: Ah, già che è come fare la minestra.

Intervistarice: E basta.

Testimone: Eh, basta, e barba Culìn à dì: “ Oh, dì, mi ambauciu la muraio”.

Intervistarice: E senti una cosa: mi racconti di quando, quando andavate nella stalla la sera, per raccontare storie, le raccontavate solo di sera o anche di giorno?

Testimone: All’inverno. Di più le raccontavano alla sera, ma qualche volta anche, sai, per tenere i bambini fermi lì; avevano tutti quattro, cinque, sei bambini, per tenere i bambini lì, perché i bambini volevano uscire, e poi, se uscivano, tuo papà, poi tuo papà; un anno, la mamma ha detto che gli ha fatto sette, sette socre, sai pairo de socre, non stava, Pinìn non poteva star fermo, era sempre fuori; sicchè il bambino vuole stare nella stalla, usciva fuori, preparavano le zoccole, e sotto c’era della legna, sai, e allora scivolavano sul ghiaccio.

Intervistarice: E sopra cos’avevano, un pezzo di pelle?

Testimone: Sì, come prendevano quel pezzo lì e gli mettevano sotto il legno, ma quel legno si rompeva, oh, mia mamma diceva sempre: “A Pinìn un anno gli ho fatto sette scarpe, sette socre.”

Intervistarice: Che legno usavano a fare le socre?

Testimone: Ma noi non eravamo capaci a farle.

Intervistarice: Ah, no?

Testimone: Le compravamo di lign sep.

Intervistarice: Sep.

Testimone: Parei de sep. Eh disin deman a Drunìe ciatu de sep, e poi le portavamo a fare a Gianìn Giuvàno, uno lì alla Cumba, si chiamava Gianìn Giuvàno, quello non andava via quel ragazzo, era da sposare e allora faceva un po’ di ciabattino: metteva i sep, ma dovevamo portargli la tegio e i sep.

La tegio è quello, di sopra, quello. La tegio e i sep; la tegio con i sep e Gianìn faceva i socre, tra che quel Gianìn era stato da sposare e aveva anche sua mamma, non, ma non era come Toni fòl, perché era furbo, e sua mamma era vecchia, e noi andavamo a portargli, oh, io la vedo ancora quella povera donna, vecchia era, ma era sempre a letto, non so se aveva i dolori e noi, noi andavamo a scuola, e allora la gente, quelli che non avevano dei bambini che andavano a scuola, dicevano: ” Te’, mi porti a aggiustare, fare i socre, portale a Gianìn Michelàn e i dis chi me fasse” e noi andavamo.

Eh, e sì, Michelan, forse suo papà si chiamava forse Michele, Michelàn, oh, e mia madrina, mia madrina ci faceva, ridere, diceva che una volta aveva tanto mal di denti, e quel Michelàn diceva che, sai, faceva un po’ di tutto, lui, sai, e aveva mal di denti o cosa, e allora qualcuno gli ha detto: “Vai da Gianin Michelàn e lui te lo toglie. “Già, eh, noi ci facevamo, io ho fatto dire ancora da mia madrina, poi, quando eravamo già grandi io e mia sorella Maria e diceva: ” Ma tua madrina perché.” “Ma io avevo tanto mal di denti e son andata da Gianin Michelàn, e ho detto: ‘Mi togli questo dente, ma non mi fai male'” “No, no – dice che gli ha detto- no, no, non ti faccio mica male”, ma puoi immaginarsi, ha preso le tenaglie, ha preso le tenaglie, lui aggiustatava sempre i socre, ha preso le tenaglie e gli ha estirpato il dente, quello gli ha fatto male, ehhh, tua madrina: “Oh, quando mi ha tolto quelle tenaglie dalla bocca, io gli ho detto: “Oh, Michelàn del diau’- perché Michelàn gli dicevano di stranom – ma già che, gli ho detto: “Oh, Michelàn del diau”. Noi ridevamo. “Oh, ma mi ha fatto male, eh, ma quel Michelàn del diau.”
E poi quel Michelan dice che si era, si era già preparato la cassa da morto, faceva un po’ di tutto, si era già preparato la cassa da morto, se l’era messa sotto il letto, “Così quando – diceva- quando muoio.” Perché andava giù ai tetti a far la casa, lui era capace a fare il meis da bosc, aggiustare le scarpe, a togliere i denti, faceva un po’ di tutto, Michelàn, ma io non l’ho conosciuto, lì c’era sua moglie, era già vecchia quella donnetta.

Testimone: L’altro era poi già il figlio, questo qui che io ho detto, Gianin Michelàn, questo Gianin era già il figlio di Michelàn, è per quello che io ho detto sì che.

Intervistarice: Ah, ho capito, Michelan è quello che ha tolto i denti e che si è fatto la cassa?

Testimone: Eh? E’ quello, quello era il suo papà di Gianin. E Gianin invece faceva le scarpe, aggiustava. Non toglieva più denti, faceva le scarpe, e poi aveva, si era, aveva seminato dei pomodori lassù alla Cumba e noi andavamo da Gianin Michelan, e lassù nella stalla aveva dei pomodori attaccati, (il cagnette), e sien vengù, noi andavamo, ce n’era uno che portava ad aggiustare, e andavamo tre o quattro e quand’era lassù e quella vecchia ci diceva qualcosa, e allora io sono andata a casa e ho detto: ‘Mamma, Gianin Michelàn là nella stalla aveva dei pomodori attaccati “e so che mia mamma ha detto: “Oh, quel, quel Gianin Michelàn li ha seminati, poi, ma non maturano”, non maturavano, sai, li metteva nella stalla, al caldo maturavano, faceva delle cose Gianin Michelàn.

Intervistarice: C’è ancora la casa di Gianin Michelàn lì alla Cumba?

Testimone: E’ caduta, poi Gianin Michelàn, quando sua mamma poi era morta, ma lì era già vecchietto, quando sua mamma poi era morta, era andato in Francia (c’è qualcuno che parla con la nostra gente), era andato in Francia, perché là , a Vallauri è andato, lì c’erano quei della Cumba e c’era quei di magna Nota, tu non l’hai conosciuta magna Nota.Sì, sì.

Intervistarice: L’hai conosciuta?

Testimone: E ben quei, erano ancora i suoi cugini, un po’ alla lunga, erano ancora i suoi cugini e lui era andato là, lavorava così la campagna, perché era capace, si portava a casa della legna la sera e stava là in Francia. E una volta, oh, ma Gina e  Jojo ridono ancora adesso. Una volta, e andava sempre, aveva una stanza in affitto, stava a Vallauri, ma una volta è arrivato Gianìn, ha detto: “Bastiàn, bisognerà che andiamo in Italia”, e Bastiàn era poi il papà di Gina. “E perché?” “Perché dice che qui c’è della gran miseria.” Ah, ma loro che delle risate che han fatte, ma  Nota, eh : “Ma che dìses, Giànin?” “Sì, sì, vulé nen creire, vulé nen creire? A Valdisot. è scritto che qui c’è delle grandi miserie. E Bastian à dì, Bastian era mio cognato, à dì che à dì: “Io non lo so, io quelle cose non le ho mai viste, ma” Gianin: “Sì, sì, anèn a veire.” E allora il giorno dopo è andato a vedere, lui gli ha spiegato dov’era, e allora davanti avevano messo un negozio di camicie, era scritto: “Grand chemiserie”  
E Gianin a dì: “Avè vist? E’ scritto ‘delle grandi miserie! E che cosa facciamo qui? E’ meglio che andiamo in Italia.” Ahhh, loro ridevano, à dì: “Ma Gianìn, ma Gianìn”, Nota diceva,: “Ma tu sis propi ‘n Gianìn, cume Toni fòl, ma tu ses propi un Gianìn.” Ha detto che ‘grand grand chemiserie’, è un negozio di chemiserie. E Nota era furba, e Nota, mia cognata, era furba, non sapeva né leggere né scrivere, ma i conti se li faceva tutti a mente e in un momento, eh, e non si sbagliava. E adesso volevo contare qualcosa, non so più.

Intervistarice: Quello lì della miseria?

Testimone: Ah, poi una volta Gianìn era venuto malato, Gianìn era venuto malato, e allora era solo, era solo e qualcuno gli aveva chiamato il dottore, e allora Nota ha detto: “Ma io non c’ero”; poi Nota andava al mercato, sai, faceva il mercato:

“ Sun rivò a casa, han dit che Gianin era malato, allora, son andà a veire, Gianin era malato, ero             “ dice che c’era due carabinieri, due guardie, sai, quelle che i vicini avevamo chiamato, quell’uomo era solo, mentre è arrivata Nota e han detto : “Lei chi è?” “E’ mio cusin”. Non era mica vero, non erano cugini, ma erano proprio vicini lì alla Cumba, e Nota ià dì a quella gente : “Allora qui c’è dei soldi”, e Nota à dije: “Ma quei soldi chi sun mie, perché mi i aviu prestà a Gianin, ” Ah , ma Nota ià die:  mi i aviu prestà i sold a, a mio cusin, l’ei ver Gianìn?” “Sì, sì”, Gianìn i à dit : “Sì, sì, mi avis presta” “Allora, allora prendetevi i soldi e questo signore, se è solo, lo portiamo all’ospedale se é solo, questo signore non si può lasciare, lo possiamo portare, portiamo all’ospedale e se i soldi sono suoi, se li prenda”, oh, Nota “Oh, già, mi ai pijà i sold de Gianìn e i auti”

Intervistarice: E quando allora d’inverno andavate nella stalla, ognuno arrivava per conto suo oppure andavate tutti insieme?

Testimone: Ma no, di regola andavamo nella stalla a far la veglia.

Intervistarice: Ma di giorno stavate in casa o stavate sempre nella stalla?

Testimone: Ma che cosa stava a fare a casa, era tutta fredda. Avevamo solo la stalla da stare, al calore.

Intervistarice: Ma anche per mangiare, mangiavate nella stalla? Avevate la stufa nella stalla?

Testimone: Ma non tutti, non tutti, noi l’avevano sempre, perché quando eravamo piccoli, la mamma aveva solo una mucca, l’asino.

Intervistarice: Allora non scaldavano basta.

Testimone: Non stava basta caldo e avevam sempre la stufa.

Intervistarice: E in che stalla stavate, là dal Purtièt?

Testimone: Eh, dal Purtièt, poi la nostra stalla stava non tanto calda perché era fuori. Vedi, era l’ultima, invece quella di mia suocera vedi come è lì dentro, che sotto c’è la casa, e invece la nostra era fredda, la nostra laggiù.

Intervistarice: Poi era anche più grossa, neh?

Testimone: Ma non tanto più grossa, perché loro avevano due mucche, mia suocera, perché loro erano tanta gente, avevano tanti figli maschi che facevano il fieno, perché bisognava aver del fieno dar da mangiare alle bestie, già che, quei di Toni Tan, la prima casa lì di Margherita. Oh, quanto siamo state lì, io quella gente lì la ricordo sempre nelle preghiere, siamo stati, perché là c’era le ragazze del tempo mio, c’era le ragazze, noi andavamo là, abbiamo cantato.

Intervistarice: E nella stalla voi vi siedevate sopra dei balot di paglia, dove vi siedevate, dove stavate sedute, avevate delle panche?

Testimone: Eh, le banche, delle banche di bosco.

Intervistarice: Ma in quanti eravate in una stalla?

Testimone: Qualche volta venivano a far la veglia, a vegliare, andavamo, noi ognuno andava, sai, noi andavamo tanto in quello di Parsè, sai, mio nonno.

Intervistarice: Dov’era?

Testimone: La tua casa, sotto proprio.

Intervistarice: Ah.

Testimone: Quella caduta lì, proprio lassù.

Intervistarice: Da Co’ de Bep?

Testimone: No, no, no, alla cappella.

Intervistarice: Ah

Testimone: Alla cappella, quella caduta lì.

Intervistarice: Quella caduta lì sotto, vicino a Gianèt lì.

Testimone: Era la casa di mio nonno; lì noi stavamo bene.

Intervistatrice: Lì i padroni chi erano, i padroni di quella casa, gli ultimi, chi era?

Testimone: C’era barba Giacu, c’era ancora stato barba Giacu.

 Intervistarice: Dopo barba Giacu chi c’è?

Testimone: E beh, non c’è più; lì c’era stato barba Giacu e Marianìn, gli altri erano tutti sposati.

Intervistarice: Ma adesso se ci fosse un padrone di quel pezzo lì chi sarebbe?

Testimone: Il padrone adesso è il figlio di Marianìn, barba Giacu l’ha lasciato a loro.

Intervistarice: Quello lì che vende i trattori, quello che vende a Dronero.

Testimone: A Dronero che

Intervistarice: I trattori, quelle cose lì, no, che aggiusta le macchine.

Testimone: Eh, solo che non è di quello lì il ragazzo; forse quello lì è il fratello, l’altro si è sposato a Piussasc, era il primo, Gianu, ma c’è ancora.

Intervistarice:. Quindi Gianu, Tanu.

Testimone: Gianu e Pinu, è morto Pinu.

Intervistarice:. Pino

Testimone: Eh, Gianu, Pinu, Ernesto

E Mandu. Era di Gianu, Gianu era venuto ancora a mettere delle piante, e barba Giacu me lo voleva lasciare, barba Giacomo, che, eh, perché io , ultimamente è stato qui, era a Bra, e che vendeva le acciughe, sai, e io gli lavavo le robe, facevo quel, poi era venuto malato, ricordo che una volta mi ha detto, che gli ho detto: “Oh, per carità, oh, no, no,’ ho detto, poi i soldi i suoi fratelli, sembra che io, perché che sei stato qua”.

Intervistarice: Barba Giacu era il fratello di tuo papà?

Testimone: No , era il fratello di mia mamma.

Intervistarice:Il fratello di tua mamma, giusto.

Testimone: E Marianìn era l’ultima, Marianìn.

Intervistarice: Marianìn è la sorella di tua mamma.

Testimone: La sorella di mia mamma, l’ultima.

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