Il ripristino dell’ambiente

Per quanto amabile si presenti agli occhi di chi ne abbia le radici, per quanto silenziosa e un po’ selvaggia risulti agli occhi di chi la raggiunga a piedi, in bicicletta o con le ciaspole, la Borgata Ghio è indubbiamente lo specchio dell’abbandono che ha colpito le nostre montagne a partire dagli anni ’40.

Se ne andarono per primi, negli anni ’40, gli acciugai che trovarono meno faticoso vivere in pianura e più redditizio commercializzare il proprio pesce in quelle cittadine che prima raggiungevano solo stagionalmente per poi tornare, ogni primavera, ad essere contadini montanari.
Abitavano in città e tornavano ogni fine settimana a Ghio, ma il loro sguardo era cambiato e poi si erano impigriti, non amavano più lavorare con fatica a sistemare le case, i porticati.
Quella borgata era madre amata, ma, soprattutto, era matrigna odiata: il senso ancora vivo e però rifiutato della povertà, del freddo, della fame li spingeva a non prendersi cura più neppure di quelle case di pietra che li avevano cresciuti.
Divennero altezzosi. Appena un po’ arricchiti, guardarono con superiorità a chi ancora viveva nella borgata.
Fu così che dimenticarono la loro storia e non sentirono più nel cuore l’eco e la magia che circondavano la borgata e che traspiravano da ogni pietra di quelle case.

Iniziò così la distruzione: non importava a questi montanari divenuti cittadini se cadevano le colonne possenti costruite con chissà quali difficoltà dai loro avi. Dicevano, parlando tra loro “Qui non vale niente, tenere su sono soldi buttati”.
Avevano imparato la lingua di una nuova era e avevano disimparato le lezioni della storia.

Abbandonati i pascoli, non restò che utilizzare i terreni per impiantare (previo contributo elargito dalla Forestale) abeti che nulla avevano a che fare con la vegetazione autoctona.
Avrebbero poi abbandonato a sè questi impiantamenti, come avevano abbandonato le case, la Chiesa e qualsiasi tipo di manutenzione.

Passarono gli anni e gli ultimi vecchi abitanti della borgata se ne andarono.
A quel punto fu il silenzio. E forse sarebbe stato più dignitoso.

Ma, non bastando l’abbandono, negli anni ’70 l’uomo diede il suo aiuto funesto ai danni provocati alle costruzioni e all’ambiente circostante dal trascorrere del tempo e dall’incuria di tanti di quei montanari divenuti commercianti.
Furono così abbattute case strategiche nella composizione armonica della borgata, fu tagliata una strada a valle della borgata, fu buttato il vecchio bacias, furono coperti di cemento gli acciotolati che si snodavano dall’inizio alla fine del paese, articolandosi in anelli, sensati, tutti percorribili da muli carichi di pesanti basti. I sentieri comuni furono trattati come proprietà private.

Quanto è accaduto a Ghio in meno di 50 anni assomiglia in modo incredibile a quanto è accaduto nel mondo: interventi compiuti senza pianificazione, la natura all’ultimo posto, la storia ignorata, le regole del vivere comune disattese.

A fronte di queste amare considerazioni, l’Associazione Borgata Ghio è nata proprio per tentare una strada non ancora percorsa: ripristinare il dialogo con la natura, manutenendola con rispetto, riconoscere il valore culturale e sociale di ogni singola costruzione, per quanto fatiscente, inviare da Ghio un messaggio a quanti, nel mondo, stanno ripensando al rapporto tra uomo e natura, a quanti stanno rivedendo il concetto di subalternità della montagna rispetto alla città.

Sembra probabile che le montagne possano offrire ricovero a chi, domani, dovrà o vorrà lasciare la città.
L’Associazione lavora affinchè la Borgata Ghio possa, in un prossimo domani, dignitosamente accogliere chi vorrà tornare a vivere tra queste montagne.

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